Articoli Pedagogia

LA PEDAGOGIA DEL BENESSERE

di Maria Letizia Capparucci

– Centro di Pedagogia Dinamica (Educazione Consulenza Orientamento Recupero Trattamento Educativo)
– Associazione PRAXIS Macerata
– Socio F.I.P.E.D. (Federazione Italiana Pedagogisti)
– Centro Studi Itard

Un contributo delle Scienze dell’educazione all’analisi ed alla crescita del territorio

La pedagogia odierna si connota per essere una scienza che ha a suo oggetto la formazione dell’uomo e della donna nel suo complesso, nell’ambito dei diversi tempi della vita e dei differenti luoghi in cui essi nascono, crescono, vivono, si esprimono, si realizzano. Ciò fa sì che esistano diverse pedagogie sul territorio: una pedagogia per la scuola, una pedagogia per il lavoro, una pedagogia per la coppia e la famiglia, una pedagogia della devianza e della marginalità, una pedagogia della mediazione e dell’orientamento, una pedagogia del cinema, della poesia, dell’arte, del linguaggio e della comunicazione, del corpo e della comunicazione, della musica e dei media, della politica, delle emozioni e dei sentimenti, del dialogo e del conflitto, una pedagogia riabilitativa, una pedagogia per la salute… Il progetto educativo, infatti, indipendentemente dagli ambiti di applicazione e trasversalmente ad essi, ha a cuore il benessere e la qualità della vita della persona, occupandosi della loro istruzione ma anche della loro educazione, tutelando la salute e lo sviluppo non solo fisico ma anche e, soprattutto, psico-sociale.

Tali considerazioni hanno contribuito notevolmente a dilatare lo spazio di intervento educativo fino ad invadere territori a volte inediti ed inesplorati da parte del sapere pedagogico tradizionale. La dimensione relazionale ed educativa si è scoperta, ad esempio, centrale anche all’interno di contesti di cura e di terapia abitualmente appannaggio di settori di studio e di ricerca medica e sanitaria.
Un notevole contributo è stato offerto in questo senso negli ultimi decenni, dalla diffusione sempre più ampia, ed estesa oltre i confini scolastici e/o di apprendimento formale, di un genere di educazione definito “clinico” che si caratterizza quale processo di aiuto allo sviluppo della personalità. Si tratta di un aiuto intenzionale, ecologico-globale, empirico-ravvicinato, versato sul singolo, sul gruppo, sulla comunità, scientificamente orientato, e recato ai processi evolutivi dell’individuo in relazione ai suoi bisogni soggettuali.

L’Educazione Clinica si iscrive nel più ampio quadro teorico della Pedagogia Clinica che, nata nell’alveo della pedagogia scientifica del 1800 ad opera di illustri meidici-pedagogisti quali J.M. Itard e E. Seguin, ha trovato prezioso rinvigorimento nella pedagogia montessoriama, nello scavo teorico operato da R. Massa sulla clinica della formazione, nella sistematizzazione epistemologica compiuta da P. Crispiani.
La pedagogia clinica, che si articola al suo interno in Scienza della sviluppo e Scienza dell’educazione, si connota quale scienza empirico-ermeneutica che osserva, descrive e teorizza i processi della formazione umana studiando lo sviluppo umano, le condizioni ad esso correlate (educazione) e l’andamento evolutivo dell’individuo e dei suoi bisogni educativi per formulare diagnosi e progettazione educativa cliniche, orientate alla dimensione singolare dei casi umani individuali, di gruppo, di situazioni, di contesti, ecc.

Anche grazie al supporto scientifico pedagogico, il panorama delle professioni socio-educative e sanitarie, si è oggi arricchito di nuove figure: sempre più spesso, infatti, il lavoro degli operatori sanitari è coadiuvato dal contributo di educatori professionali, operatori di comunità, operatori di sostegno socio-ambientale, assistenti alla terza età, e molti altri, per i quali, pur nella specificità di ruoli e mansioni, risultano sempre più indispensabili l’acquisizione e la padronanza di competenze comunicativo-relazionali, progettuali, organizzative e gestionali pedagogiche. Di qui il senso e lo sviluppo recente di una “pedagogia del benessere” fondata sul convincimento che attraverso l’implementazione di particolari relazioni educative in ambito socio-sanitario sia possibile aiutare gli individui a generare comportamenti ed atteggiamenti positivi e proattivi nei riguardi della vita e del proprio benessere esistenziale. Alla base di tale prospettiva s’innesta un concetto di salute fortemente intriso di significato sociale per cui qualsiasi programma di accoglienza, assistenza, cura, terapia e trattamenti educativi, volto al mantenimento della salute e al perseguimento del benessere psico-fisico dell’individuo, dovrebbe prevedere un’attenzione peculiare alla dimensione socio-relazionale. In altre parole si rende necessario pensare alla persona in senso solistico, poiché lo stato di benessere è determinato da un articolato intreccio di fattori che richiedono una presa in carico globale del soggetto.
Per questo motivo è utile pervenire ad un concetto ecosistemico di salute, sulla scia della teoria ecologica dello sviluppo umano di Brofenbrenner, fondato sull’idea che la salute dell’individuo è il frutto dell’equilibrio tra molteplici dimensioni soggettive in rapporto interattivo con l’ambiente circostante.

Il benessere si caratterizza, quindi, per essere uno stato multicomponenziale, multidirezionale e multidimensionale.
È multicomponenziale poiché insieme delle componenti biologica, psichica, sociale ed operativa della personalità umana.
È multidirezionale poiché cambia in senso verticale, nei diversi cicli della vita ed in senso orizzontale, nei diversi luoghi della vita.
È multidimensionale perché la sua percezione si trasforma sia sincronicamente, in concomitanza con un episodio particolare vissuto in un determinato momento della vita dell’individuo, sia diacronicamente, quando il processo di tensione al benessere è ricondotto ad un intervallo di tempo più lungo nella vita di un individuo.
Nell’ottica della rivisitazione pedagogica del concetto di salute si inserisce l’attuale ripensamento critico nei confronti della tradizionale espressione “educazione sanitaria” dalla quale emerge un’assoluta medicalizzazione del concetto di salute. In tale approccio appare centrale il concetto di terapia, termine che evoca l’idea della malattia, del disturbo, del deficit che richiede l’intervento curativo per il miglioramento o il ripristino di qualcosa che è carente o è andato perduto. Il limite di tale approccio consiste proprio nel pensare l’intervento esclusivamente come rimedio piuttosto che in termini di prevenzione e/o investimento educativo per il futuro.

In realtà l’espressione più adatta e coerente al progetto pedagogico dovrebbe essere quello di “educazione alla salute” per diversi ordini di ragioni, quali :
– la definizione “educazione alla salute” scardina la falsa convinzione che a fare educazione sanitaria siano solamente gli operatori sanitari (ad esempio infermieri, medici, tecnici);
– parlare di educazione alla salute significa sottolineare l’azione educativa come capace di operare sul singolo e sulla comunità, in relazione ai grandi temi e problemi della salute e dell’ambiente;
– l’espressione valorizza l’obiettivo dell’azione educativa prima ancora che il soggetto che la compie. Consente, inoltre, di pervenire ad un concetto positivo di salute in quanto pone l’accento sulla rilevanza delle risorse sociali e personali oltre che sulle capacità fisiche. In tal modo si viene ad operare un’importante passaggio da una “cultura della malattia” ad una “cultura della salute” in cui il binomio salute-benessere costituisce la risultante dell’interazione tra sistemi biologico, psichico e sociale;
– l’assunzione di tale definizione implica un’attività educativa policentrica e permanente intesa come processo di crescente autoconsapevolezza e partecipazione dei cittadini alla tutela della salute propria e dell’ambiente.

La prospettiva più generale in cui s’innesta la pedagogia del benessere, pertanto, è quella di considerare la relazione di cura e di aiuto quali procedure non meramente assistenzialistiche, ma come particolari processi di comunicazione tesi a sviluppare l’autonomia delle persone coinvolte attraverso azioni di empowerment cognitivo,ovvero mettendo in atto una relazione che aiuti la persona a sviluppare la capacità di acquisire forza e potere nel determinare il proprio stato di benessere.
La convinzione che “imparare a stare bene” può essere insegnato, viene perseguita attraverso un progetto di formazione degli operatori di ambito psico-socio-sanitario e dei diversi professionisti che, a vario titolo, gestiscono relazioni di cura, sostegno, aiuto. Non a caso gli attuali corsi di studio universitario per la formazione degli operatori di tale ambito prevedono l’insegnamento di discipline pedagogiche, nella consapevolezza che l’acquisizione di competenze di tipo educativo costituisca un elemento cardine della loro professionalità. Le relazioni di cura e di aiuto sono, così, concepite come processi comunicativi tesi a sviluppare il self-help delle persone coinvolte, cioè la loro capacità di auto-aiutarsi e sostenersi reciprocamente all’interno di un determinato gruppo-comunità che si riconosce per il tramite di un problema-bisogno comune e condiviso.

Il concetto di benessere si trasforma, così, da “condizione” a “possibilità” ribaltando l’atteggiamento dei soggetti nei confronti della propria esistenza in termini autoformativi. L’individuo apprende a progettare il proprio benessere e, di conseguenza, a padroneggiare tutte le circostanza della propria vita collegate sia a stati di benessere che di malessere, a gestire i cambiamenti, a saper chiedere aiuto, ad acquisire strategie di coping (emotive, cognitive, comportamentali) per valutare nella cura di sé eventi, risposte date e loro effetti. Appare necessario, dunque, pensare ad una professionalità composita in cui le diverse competenze psico-pedagogica, socio-sanitaria, assistenziale-riabilitativa, si integrino tra loro in una sintesi dinamica.
Una possibile strada nella gestione della relazione di cura, ad esempio, è indicata dall’approccio di matrice rogersiana centrato sulla persona che, attraverso le necessarie condizioni di accettazione incondizionata, congruenza-autenticità ed empatia, permettono all’operatore un efficace accesso alla costruzione del progetto terapeutico e/o di trattamento educativo. Il modello pragmatico-sistemico può essere un’ulteriore prospettiva di accesso al riconoscimento delle caratteristiche di complessità, organicità e circolarità nella comunicazione soggetto-operatore ed aiutare quest’ultimo ad interpretare le dinamiche interpersonali che investono le situazioni di cura. Anche la preparazione del setting terapeutico rappresenta un elemento professionale peculiare perché va curato secondo un equilibrato utilizzo di linguaggi verbali, non verbali e paraverbali mirati. La capacità di ascolto attivo e l’invio di feedback espliciti sono competenze altrettanto fondanti per la regolazione dei tre livelli di interazione comunicativa (preventivo, diagnostico, terapeutico/di trattamento) nei quali il rispetto della dimensione cognitiva (rappresentazione), di quella affettiva (attese/aspettative) e di quella contestuale (risultati possibili e/o attesi), possa valorizzare ed umanizzare le professioni sanitarie.

La conoscenza approfondita, empirica ed ermeneutica di singoli soggetti e situazioni nella loro interezza può essere, inoltre, favorita dall’utilizzo consapevole di una serie di strumenti diagnostici pertinenti alla pedagogia, quali, ad esempio:
– l’osservazione clinica come rilevazione oculare ed immediata condotta con continuità ed in situazioni spontanee, provocate o critiche, per cogliere il senso profondo dei comportamenti e dei contesti in cui si manifestano;
– l’auto-osservazione, quale azione personale di autoanalisi ed autointerpretazione che l’individuo conduce su alcuni aspetti della sua personalità, opportunamente monitorati dall’operatore;
– il colloquio clinico come situazione comunicativa intenzionale, duale e collettiva, facilitata dal conduttore ed orientata alla rilevazione del problema così come è vissuto dal soggetto;
– la storia del caso, la rilevazione delle vicende pregresse della persona nella forma di biografia, autobiografia, anamnesi o narrazione;
– il questionario o inventario, uno strumento di raccolta di informazioni riferite ad ipotesi o intuizioni che l’operatore formula in relazione a situazioni individuali o di gruppo cui fa seguito un’interpretazione soggettuale delle risposte.

L’operatore di ambito socio-educativo e sanitario, se opportunamente formato dal punto di vista pedagogico, può divenire promotore di interventi di cura diversificati e calibrati su necessità ed aspettative dei soggetti, nonché facilitatore di azioni trasformative significative perché costruite con i soggetti che, da destinatari dell’intervento, diventano attori consapevoli del cambiamento. Il ruolo dell’operatore può essere, allora, ricondotto ad un flusso dinamicamente integrato tra le diverse funzioni diagnostico-progettuale, organizzativo-gestionale e trasformativo-regolativa. Funzioni che fanno dell’operatore un esperto della pedagogia del benessere, capace di interpretare bisogni, disagi ed aspettative della persona per poi costruire l’intervento mediando l’azione tra soggetti, contesti, risorse, e promovendo azioni generatrici di cambiamento e mutazione della situazione di partenza.

La pedagogia del benessere “insegna ad insegnare a star bene”, è un percorso educativo che mira ad innescare nella persona il processo dell’ “imparare ad imparare a star bene”. In tale processo lo “star bene” diventa essenzialmente un “sentirsi bene” per vivere sempre di più e con maggiore consapevolezza la dimensione soggettiva della qualità della vita, intesa non solamente come assenza di malattia ma, soprattutto, come luogo di benessere.

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